
C’era un tempo in cui l’arte di protesta, fatte rare eccezioni – Guernica di Picasso o le opere dei muralisti messicani David Alfaro Siqueiros e Diego Rivera – subiva i limiti del localismo e restava circoscritta all’interno di un nucleo ristretto di persone. Agli artisti è stato presto chiaro che non sarebbero state le opere in esemplare unico a raggiungere un vasto pubblico, ne furono coscienti già gli artisti protestanti che nel XVI secolo realizzarono xilografie antipapali e che concepirono le proprie opere di protesta mirando a una grande diffusione popolare grazie alla stampa. Nei primissimi anni del Novecento ebbe in Italia un’ampia risonanza Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, il cui successo fu decretato non tanto dall’esposizione alla Quadriennale di Torino del 1902 quanto dalle numerose riproduzioni sulla stampa socialista.
Gli artisti non avrebbero mai potuto immaginare che negli anni Duemila, grazie ai social network, sarebbe bastato mettere in Rete un disegno di piccolo formato per raggiungere svariate milioni di persone nel mondo.
Che alternative avevano gli artisti prima che la Rivoluzione telematica sortisse i suoi effetti a livello globale? Ben poche. Nell’Austria del 1979 Gottfried Helnwein (Vienna 1948) – pittore, fotografo, scenografo e performer, oggi noto anche per aver realizzato le copertine di diversi album considerati pietre miliari nella storia del rock, come quelle degli Scorpions, di Marilyn Manson e dei Rammstein, e per scenografie memorabili come quella del Cavaliere delle Rose del 2005 per l’Opera di Los Angeles – fece un salto dalla sedia nell’ascoltare in tv un’intervista televisiva allo psichiatra e neurologo Heinrich Gross.
Responsabile sanitario della clinica Spiegelgrund di Vienna, Gross era stato l’artefice del programma di eutanasia infantile nell’Austria nazista dal 1939 al 1945. Nonostante si fosse reso colpevole della morte di 789 bambini disabili, orfani e «degenerati razziali», e fosse stato condannato a due anni d reclusione dopo la fine della guerra, Gross aveva continuato a esercitare la professione medica come neurologo e psichiatra forense, ricevendo addirittura nel 1975 la medaglia per le scienze e per le arti dal governo austriaco. Nell’intervista, rilasciata poco dopo il proscioglimento in un secondo processo, il medico spiegava candidamente che ai bambini non erano state fatte iniezioni letali: erano morti serenamente mangiando del cibo avvelenato. L’intervista non sortì al momento alcuna protesta, mentre in quegli stessi giorni aveva suscitato scandalo tra i telespettatori che un tizio si fosse presentato alla televisione nazionale senza cravatta. Indignato dall’intervista di Gross, Helnwein chiese una pagina al settimanale austriaco Profil per dire la sua.
Insistendo su un tema ricorrente nel suo lavoro, quello dell’abuso, della violenza e del dolore patiti dai più deboli, Helnwein realizzò Life Unworthy of Life, un acquerello che fece pubblicare accompagnato da una lettera aperta nella quale ringraziava sarcasticamente il medico per il suo comportamento compassionevole. «Egregio Dr. Gross!» Scrisse, «Mentre guardavo Holocaust, ho ripensato a una Sua dichiarazione su Der Kurier. E dal momento che questo è l'Anno del Bambino, voglio cogliere l'opportunità per ringraziarla sinceramente in nome di quei bambini che sono stati mandati in paradiso sotto la sua custodia. La ringrazio del fatto che non abbiano ricevuto una iniezione letale, come lei dice, ma che sia stato mescolato del semplice veleno nel loro cibo. Con tedeschi saluti, Suo Gottfried Helnwein».
L’opera raffigura in chiave realistica una bambina con la testa riversa sul piatto. La piccola ha ancora il cucchiaio in mano e dalla bocca aperta scende del cibo. La luce che arriva da sinistra dà volume al soggetto, accentuando col chiaroscuro, come in un dipinto barocco, gli occhi incavati e la bocca aperta. Questa luce priva di calore va a intaccare il bianco della tovaglia e del vestito con una dominante verdastra che evoca il lividore della morte.
L’impronta realista del disegno e l’attenzione per i dettagli lascia affiorare in maniera evidente la componente emotiva. Gli schizzi di cibo sul volto, sul vestito e sulla tovaglia lasciano dedurre l’effetto repentino del veleno e la violenza dell’impatto della testa sul piatto.
La lettera aperta al dottor Gross non lasciava dubbi sul fatto che l’accusa si estendeva a quanti in Austria, dopo la caduta del nazismo, avevano finto e continuavano a fingere scientemente di essere all’oscuro di quanto era successo in quegli anni orribili in cui Hitler aveva goduto di ampia popolarità in Austria. Contrariamente a quanto avveniva in Germania, dove si stava ancora affrontando un processo di dolorosa autocritica, in Austria si era scelta la via della rimozione.
Pubblicando su un settimanale popolare Life Unworthy of Life accompagnato dalla lettera aperta al medico carnefice, Helnwein alimentò un effetto ridondanza in cui tutto concorreva a far avvertire l’orrore di qualcosa che era realmente accaduto e che, raccontato all’interno di un’opera d’arte, universalizza il suo senso. In Life Unworthy of Life non si ritrova solo il singolo episodio che ne motiva la narrazione, ma tutto ciò che la sottende. Quel disegno, come altri realizzati dallo stesso artista su questo tema, faceva della bambina l’incarnazione della violenza subita che si perpetua nel tempo in luoghi diversi.
Diciotto anni dopo la pubblicazione di Life Unworthy of life su Profil, nel 1997, nello scantinato dell’ospedale viennese di Spiegelgrund, dove Gross aveva lavorato, furono ritrovati i resti di quasi ottocento bambini, soprattutto cervelli, conservati in formaldeide all’interno di barattoli di vetro in attesa di essere utilizzati per futuri esperimenti. Catalogati e numerati, quei resti umani costituivano la prova degli esperimenti effettuati proprio da Gross fra il 1936 e il 1941. Quella macabra scoperta fu determinante per l’avvio di un nuovo processo nei confronti di Gross. Nel 2003 gli revocata la medaglia d’oro, ma Gross morì nel 2005 senza aver fatto un giorno di carcere, nonostante dal processo fosse emerso il suo diretto coinvolgimento nella morte di almeno nove bambini.
Questa vicenda rappresenta per l’Austria ancora oggi un momento doloroso della sua storia. Helnwein non manca di ricordarcelo, cosa che tornerà a fare in occasione della mostra «The Sleep of Reason» che si inaugurerà il 20 febbraio al Museum Ludwig di Koblenz e che, prima sua mostra in Italia, approderà a maggio a Venezia al Museo Correr.
L’intera opera di Helnwein evidenzia che si è portati a rimuovere i ricordi sgradevoli legati alle pagine più tristi della Storia. Dovremmo trarne insegnamento, si preferisce invece dimenticarle. Martedì scorso su queste pagine Federico Finchelstein ha riportato le parole di Joe Biden, che ha tirato un parallelismo tra le bugie di Trump e quelle del gerarca nazista Joseph Goebbels, il quale, a forza di ripetere continuamente notizie non veritiere faceva sì che queste diventasse senso comune. Richiamare oggi quel che è accaduto durante il nazismo ha ancora senso? Perché questa scelta non fa percepire inattuale il lavoro di Helnwein? Se questo non accade si deve ai tanti inquietanti parallelismi tra gli anni dei fascismi e quelli attuali dei populismi. Non a caso Finchelstein definisce il populismo una «riformulazione del fascismo in un contesto democratico».
In un dipinto del 1996 dal titolo Epiphany (Adoration of the Magi) Helnwein raffigura con tecnica superrealistica una figura femminile che ricorda le dive degli anni trenta. Alcuni ufficiali delle SS osservano il bambino che la donna tiene orgogliosamente in braccio, con l’attenzione e il rispetto che si riserva al messia che guiderà il riscatto della nazione. La pettinatura del bambino – capelli lisci e bruni con un ciuffetto sulla fronte – crea un’associazione con la figura di Hitler. Questo come altri dipinti di Helnwein trae spunto da fotografie propagandistiche del periodo nazionalsocialista, sulle quali l’artista interviene cambiandone il senso. L’espediente risponde all’esigenza di non dare una connotazione temporale all’immagine per non farla sentire inerente solo a una storia conclusa.
Rievocare un periodo storico segnato dalla convinzione dell’esistenza delle razze e della superiorità di quella ariana ci riporta a un clima superato dalla Storia? Si direbbe di sì. Ma la mente va ai cosiddetti suprematisti bianchi, ai muri eretti dai leader forti per evitare le contaminazioni tra i popoli, ai tanti campi profughi sparsi per il mondo, alla criminosa decisione di Trump di separare dai genitori i bambini degli immigrati illegali che superano il confine con il Messico, ai rigurgiti di atisemitismo e all’islamofobia. Riflettendo su tutto questo non rimare che augurarsi che gli artisti tornino a parlare di Storia e che anche la Rete, insieme a quelle della cruda realtà, diffonda le loro immagini nel mondo, soprattutto quelle che sono in grado di risvegliare le coscienze.