E’ la violenza su essere umani inermi e in particolare su bambini, uno dei temi centrali della produzione artistica di Gottfried Helnwein.
Quest’autunno a Vienna la sua installazione “My sister”, raffigurante una bimba dal volto insanguinato, ha coperto due facciate dell’alto grattacielo della Ringturm, visibile a 360° nello skyline della capitale austriaca: un monito nell’àmbito di una campagna contro la violenza, promossa dalla società di assicurazioni che ha sede nell’edificio.
Un analogo soggetto della stessa serie di opere aveva già occupato la torre sud del Duomo di Santo Stefano nell’ultimo scorcio del 2022, in collaborazione con la parrocchia della più importante chiesa di Vienna. Ma è fin dai suoi esordi che l’attenzione dell’artista viennese è rivolta alla sofferenza: “La violenza contro chi non può difendersi attraversa la storia dell’umanità ed è soprattutto maschile e soprattutto contro donne e bambini. E’ una cosa che non capisco. Ho visto foto forensi che non mi hanno mai abbandonato. La vulnerabilità, in particolare di bambini, è semplicemente il tema che mi ha portato all’arte”, ci dice Helnwein, che l’Albertina omaggia con una mostra pensata per il suo 75° compleanno.
Lui, cresciuto negli anni di estrema penuria dell’avvio del secondo dopoguerra in una Vienna troppo a lungo omertosa sui crimini nazisti, ha scelto il mezzo della pittura per creare scene inquietanti, in cui sinistre figure maschili talvolta in divisa delle SS attorniano piccole creature con gli occhi chiusi al mondo. Incubi sconvolgenti che si aprono anche all’universo dei fumetti: Topolino e Paperino, ma anche i manga giapponesi. Mondi che dovrebbero essere sicuri rifugi per la fantasia, ma che Helnwein contrappone a personaggi storici come Hitler o a scene di guerra e di catastrofi del nostro tempo.
La mostra dell’Albertina, alla cui realizzazione Helnwein ha collaborato attivamente, è uno spaccato della produzione degli ultimi vent’anni, con potenti quadri iperrealistici dalla dirompente espressività. Volti e persone sofferenti che emergono appena dal buio di sfondi che paiono volerli inghiottire, e un senso di ineluttabilità che pervade le raffigurazioni a più personaggi: “I miei quadri colgono dei momenti, ma sta all’osservatore completarli con un prima e un dopo. In quasi mezzo secolo ho visto reazioni emotive molto forti davanti alle mie tele. Un’immagine può dire molto più delle parole”.

